Il prigioniero volontario

"Qualsiasi destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà di un solo momento: quello in cui l'uomo sa per sempre chi è” scriveva Borges. E ieri sera, alla mossa 24, ho scoperto chi ero: uno che si ritira quando dovrebbe avanzare, che teme fantasmi e ignora i pericoli reali.

Ho giocato contro un ragazzo molto giovane e molto in gamba che ha macinato la partita con la precisione di un orologio svizzero e ho sperimentato quella particolare forma di auto-sabotaggio che è la specialità degli scacchisti che pensano troppo alle cose sbagliate e troppo poco a quelle giuste. La partita scorreva. Non brillante, ma dignitosa. Quella sensazione di controllo precario, quando sai che non stai dominando ma nemmeno affondando. Il finale di torri si profilava all'orizzonte come una di quelle giornate grigie ma non minacciose.

E poi, mossa 24, ho giocato 24.Ac3.

Lì è successo qualcosa di sottilmente devastante.

Anatomia di un collasso posizionale

Guardiamo la posizione dopo la mia 23.Rd2. Avevo appena centralizzato il Re, cosa che nei finali si insegna già ai bambini, giusto? Il problema è che la teoria è come il latino: la sai, la rispetti, ma poi nella pratica quotidiana ti dimentichi di applicarla con criterio.

La mossa naturale, quella che avrei dovuto giocare, era 24.Ad4. Non è spettacolare, ma è giusta. L'Alfiere si piazza sulla grande diagonale, controlla punti chiave, mantiene la tensione. È quella mossa che Nimzowitsch avrebbe definito “profilattica”,  non fai nulla di eroico, ma impedisci all'avversario di fare ciò che vuole.

Invece ho giocato 24.Ac3, ritirata passiva, come se l'Alfiere sulla grande diagonale fosse un problema da risolvere anziché una risorsa da sfruttare. E qui sta il punto filosofico della questione: ho confuso la sicurezza con la passività.

Il peso della debolezza

Dopo 24.Ac3 Tc8 25.Rd1 Ce4, il Cavallo si è piazzato su e4 come un monarca sul trono. Da lì domina, controlla c3, minaccia d2, rende difficile ogni coordinazione. E io? Io mi sono ritrovato a subire, a reagire, a difendere debolezze che non esistevano prima della mia ventiquattresima mossa.

Ogni errore contiene la verità su chi lo commette – e il mio errore dice: hai avuto paura. Paura di cosa? Del Cavallo su c5? Ma non faceva nulla di pericoloso! Era posizionato decentemente, certo, ma non dominava. La paura preventiva è il veleno lento degli scacchisti intermedi: temiamo minacce fantasma e creiamo quelle reali.

Il percorso di crescita passa dal riconoscere i pattern

Questa partita mi lascia una lezione scomoda ma necessaria: nei finali, l'attività vale più della solidità apparente. L'Alfiere su d4 sarebbe stato attivo, avrebbe controllato spazio, avrebbe dato problemi. L'Alfiere su c3 è un prigioniero volontario, e io il carceriere di me stesso.

Il ragazzino l'ha capito subito. Ha centralizzato il Cavallo, ha pressato, ha sfruttato ogni millimetro di vantaggio che gli ho regalato. E ha vinto non perché fosse Kasparov reincarnato, ma perché io ho deciso, inconsciamente, certo, ma inesorabilmente, di mettermi all'angolo da solo.

Cosa ne traggo

La prossima volta che avrò una posizione simile, prima di ritirarmi in difesa mi chiederò: "Di cosa ho veramente paura?" Perché spesso la risposta è: di nulla di concreto. Solo di ombre proiettate dalla mia insicurezza.

Ad4 avrebbe mantenuto la partita in equilibrio. Ac3 ha suonato la campana a morto per le mie speranze. Una mossa, due lettere di differenza, un abisso di conseguenze.

Ma va bene così. Borges aveva ragione: il destino di questa partita, per quanto lungo e complicato, si è deciso in un solo momento. Quello in cui ho scoperto chi ero,  proprio alla mossa 24.

Indietro
Indietro

Il costo dell’impazienza