Nella gabbia della tigre
Il fatto è che il primo turno di un torneo di scacchi è un sorteggio, una lotteria, un piccolo atto di fede nei confronti di un algoritmo che non ha alcun interesse per il tuo benessere psicologico. Dal secondo in poi interviene il sistema italo-svizzero, che accoppia chi ha gli stessi punti e ristabilisce una qualche forma di giustizia cosmica. Ma il primo turno no. Il primo turno è il caos, e il caos ieri sera al Doppio Malto ha deciso che di fronte a me si sarebbe seduta Giulia Sala, che ha diciannove anni, è campionessa italiana under 20 e porta il titolo di Woman Fide Master, il genere di informazioni che leggi sul foglio degli accoppiamenti con la stessa serenità con cui scopri che il recinto in cui sei entrato è quello di una tigre.
Gioco una Siciliana. La gioco con la cautela specifica di chi sa esattamente dove si trova, che è un posto in cui la cautela serve a poco ma resta l'unica forma di dignità disponibile.
La partita si sviluppa, e a un certo punto, ed è qui che la faccenda diventa interessante, o almeno interessante per me, che ne sono il protagonista e quindi parziale, vedo un sacrificio. Uno di quei sacrifici che probabilmente un giocatore del suo livello non farebbe mai, non perché siano sbagliati ma perché presuppongono un grado di ottimismo sulla propria capacità di calcolo che a certe altitudini viene sostituito da qualcosa di più affidabile, tipo il calcolo vero. Io invece lo gioco, perché alla mia altitudine l'ottimismo è ancora un lusso che ci si può permettere.
Lei accetta il sacrificio. Ma lo accetta con uno scacco intermedio, una di quelle mosse che esistono nella posizione come una porta che non avevi notato in una stanza che credevi di conoscere. Non l'avevo calcolato. La variante che avevo in testa, quella pulita, quella che finiva con un matto elegante e una mia faccia composta, quella variante non c'è più.
Allora faccio l'unica cosa che resta da fare quando il piano A svanisce e il piano B non esiste ancora: metto la torre in settima. Che è una mossa che negli scacchi ha più o meno il valore simbolico di piantare una bandiera in territorio nemico, non risolve niente di per sé, ma dichiara un'intenzione.
Lei la attacca, la torre. Naturalmente. Vuole scacciarla, riprendersi lo spazio, ristabilire l'ordine delle cose. Ed è qui che succede quello che negli scacchi succede forse una volta su cento, una su mille, quella cosa per cui continui a giocare nonostante tutto: nel momento in cui muove per togliere la torre di mezzo, toglie anche una protezione. Una casella si libera. E in fondo a quella casella, come una luce accesa in una stanza che un secondo prima era buia, c'è un matto.
Giulia lo vede arrivare un tempo dopo che è diventato inevitabile. Intorno al tavolo succede quella cosa silenziosa che nei tornei di scacchi è l'equivalente acustico di un boato: qualcuno si sporge, qualcun altro smette di guardare la propria partita, e per tre o quattro secondi l'aria ha una densità diversa.
Dopo, lei vince tutte le partite che deve vincere, perché è quello che fanno i giocatori come lei. Io ne vinco qualcuna in meno, perché è quello che faccio io. Ma c'è questa cosa degli scacchi che le classifiche non riescono a spiegare del tutto: che ogni tanto la partita decide da sola dove vuole andare, e tu sei lì, e il sacrificio funziona non come l'avevi pensato ma come non l'avevi pensato, e questo è meglio.